Cùcuta

cucuta.jpgun racconto

Ho avuto la fortuna di parlare di questo libro con Giorgia, la figlia dell’autore che una mattina mi accennò a questo lavoro del padre come un appunto di viaggio in Colombia. Dopo solo una settimana me lo consegna, o forse me lo affida, come fosse un oggetto a cui tiene, e questo inconsueto atteggiamento verso il libro non fa che aumentare la mia curiosità. Sapevo che il giorno successivo sarei andato fuori un paio di giorni per lavoro e in albergo avrei trovato il tempo, prima di “spegnere la luce”, di aprirlo.

Il sottotitolo: cronaca di una conferenza annunciata. Bene, dopo un esauriente presentazione del lavoro e dell’autore scritta da Juan C. Jaramillo Lòpez, il libro si “apre” con nomi di città come Parigi e Bogotà, una distanza e un tragitto che farei anche domani! Il desiderio del viaggio è un virus che non mi lascia. E se non posso, evado con i libri dei viaggiatori, i curiosi del mondo. Mi sento forzatamente parassita.

Una temporale autobiografia, di chi per lavoro, si reca dall’altra parte dell’emisfero. Direzione: l’Università Antonio Narino, a Bogotà. (portal.uan.edu). Con la valigia che ha uno scomparto pieno di occidente europeo e che difficilmente si può lasciare a casa.

Maurizio Messina e il suo bagaglio si troveranno poi a far i conti con uno stile di un popolo che non vorrà divenire efficiente e concreto, e nemmeno vorrà trovare la voglia di scrollarsi di dosso pochi mafiosi borghesi che accumulano sulla povera gente… sarà rivoluzione abortita, ma questo è un altro (mio) discorso.

Una scrittura che va al sodo e riesce a dire tra le righe, che la povertà, dovuta a quei pochi di cui sopra, e il sudore dovuto alla calura, a lungo andare, bloccano in modo ineluttabile gli atteggiamenti culturali come il ghiaccio fa con un fiume. In alcuni passaggi mi è mancato, ma è una mia sensazione, un ampliamento di descrizione che avesse rimarcato di più, quella ingenuità o quella furbizia tipica di chi, occupando un posto importante, dà un calcio alle formalità. Confesso che ho dovuto sforzarmi per immaginare alcuni personaggi con la camicia fradicia sotto le ascelle e le giacche di lino chiare un po unte dal sebo secreto e mai segreto, quei protagonisti chatwiniani…

Doveva arrivare per tempo alla conferenza e sbarcato a Cùcuta…

[…] E’ uno spettacolo, sembra di stare a metà strada tra il circo e il museo d’epoca… … Non ho ancora capito che tipo di città sia Cucuta. Vedremo più avanti, mi dico. “Manca molto?” chiedo al compare (l’autista della Buick)

“No, non molto” mi risponde. “Vuole passare dall’hotel prima o dopo la conferenza?

Mi sembra una domanda idiota, visto che sono un bagno di sudore… …Ci infiliamo nelle strade larghe di quello che comincia ad assomigliare al centro città. Viali alberati divisi in due da spartitraffico fatti di cespugli ordinati o di verdi aiole, case però insignificanti dal punto di vista architettonico.[…]

Maurizio Messina è finalmente alla sua conferenza. Dopo le retoriche degli addetti alla parola, ruppe  con concetti che non avevano nulla a che fare con la noia  e, sembrava che alcuni giovani si interessassero agli argomenti di sviluppo informatico, creando uno sperato “stacco” dalle insulse presenze professionali dell’università. Ma poi, lo sapevano, si sarebbe andati tutti a mangiare purtroppo, e quel “ghiaccio” si sarebbe formato.

Il libro di 78 pagine lo si “cattura” in un’ora e mezza e anche se Bruce Chatwin è lontano (e purtroppo pure el Che), vi è sicuramente Maurizio Messina, fa mettere le ali al lettore facendo trovare, in questo caso, quelle situazioni paradossali che non leggi sui giornali o sui media. E infatti faccio benissimo a non credere alle televisioni. Preferisco fidarmi di Botero, Sepulveda (anche se chileno) e ora anche di Maurizio Messina.

Editore; UNI service

pagine; 78

ISBN;978-88-6178-335-5

prezzo; 11,50. Me lo ha regalato la simpaticissima Giorgia, figlia dell’autore, in una comune mattina di lavoro in ufficio. Aveva rotto così il solito, l’abitudinario. Io le avevo dato qualche giorno prima il mio libro, più pesante, ma non perché avesse avuto più pagine.

maximoRed

Buskashi’

 

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Buskashì; Gino Strada

 

Esplosivo!

Urlante!

Chirurgico!


Esplosivo perché le bombe americane cadono sui villaggi che ospitano quattro contadini e quattro capre. I fragori, le detonazioni sono assassine e violentano la pace, quella pace che gli alleati devono portare, esportare, imporre!

Quale miglio ossimoro per non contestare nulla ai livelli governativi.

Urlante perché il dolore si eleva dalla terra martoriata e suoi uomini. Tragedie di secondo o terzo piano per noi occidentali comodi sui sofà a guardare striminzite notizie da Kabul, ormai come Hiroshima. La strage continua ancora adesso che tu lettore stai leggendo! Urlano i bambini, le mucche, le donne, i fiumi, gli alberi, i cani, urla il popolo che non conosce serenità. Prima la Russia, poi le americhe.

Chirurgico perché una banda di santi cura e opera sotto le bombe, tra mille difficoltà. Burocratiche, di capi clan. Si salvano vite e si aggiustano bacini, gambe e braccia martoriate dalle mine antiuomo.


Questo libro apre una grande finestra sulle verità poco dette dai media. Gino Strada ci racconta un viaggio di avvicinamento a un campo ospedale attraversando peripezie assurde e inconcepibili.

[…] Raggiungemmo Baharak verso le otto.

Il viaggio è al buoi, le strade vuote, i negozi sprangati.C’è un’unica luce vicino alla rotonda principale: qui stanno una ventina di uomini a bere il té, a chiacchierare e mangiare pezzi di montone, attorno a una lampadina alimentata da un piccolo generatore…. dove dormire stanotte… “Il meglio disponibile è di accamparci nella clinica veterinaria, un km fuori dal paese”.

Due stanze dal pavimento lercio, costellato da siringhe usate, pezzi di carta, forbici rotte, e garze sporche di sangue. Ma si può fare. […]

Najib cerca di rintracciare con un satellitare un responsabile dei voli dell’Alleanza del Nord, il nostro amico Haji Ashraf. Vuole chiedere se domani possono mandare un elicottero a prelevarci.  Non sarebbe male, dopotutto siamo in viaggio da quasi dieci giorni… […]

Un viaggio, un’avventura di quelle non protette, di quelle che se và và! Se no si muore dimenticati nella sabbia di un paese senza futuro.

L’obiettivo è raggiungere Kabul, li c’è un ospedale che li aspetta.

Un racconto barra romanzo, dove i colpi di scena sono reali, e il batticuore è dato da pagina a pagina. Veramente.emergency.jpg


Da Leggere assolutamente!


Editore; Feltrinelli

pagine;180

ISBN; 88-07-81747-0

prezzo; 6,50 €  Acquistato presso una libreria di Milano nel 2005, una quinta edizione. Non avevo mai letto nulla prima di Gino Strada. Me ne dispiaccio e corro ai ripari.

 

 

 

 

Le_Vie_dei_Canti

Le_Vie_dei_Canti.gifLe vie dei Canti; Bruce Chatwin

Amo lo scritto di Bruce Chatwin allo stesso modo di come amo il mio taccuino dei sogni. Voglio dire; che il viaggio e la scoperta di modus vivendi in siti lontani, non turistici, non di mercato è sempre stato e sarà il mio sogno irrealizzabile. sic!
In questo bellissimo libro, una bellissima escursione australiana con bellissimi personaggi.
<<Da bambino non potevo sentire la parola “Australia” senza che mi venissero in mente i vapori delle inalazioni all’eucalipto e un paese di un rosso interminabile tutto popolato da pecore>>
(e chi ha parlato dei soliti canguri?)
Distese polverose, fazzoletti sulla bocca e la vista che si perdeva fino all’orizzonte. Il caldo.
<<La Land Cruiser procedeva a scossoni su due solchi di polvere, con gli arbusti che raschiavano il telaio. Alan, il fucile dritto tra le ginocchia, era seduto davanti con Timmy. Marian e le donneseguivano a ruota. Attraversammo un canalone
 sabbioso e dovemmo innestare le quattro ruote motrici. Un cavallo nero s’impennò, nitrí e corse via al galoppo
.>>
Il cuore di questo libro è lo scambio culturale con Joshua, egli mostra “i canti” i distici del deserto, <<dimmi Joshua, domandai, chi sono chi sono le rocce laggiu?>> la poesia, l’uomo in uno status che a noi occidentali non può colpire, non capiremmo, (ma se ci impegnassimo …) <<Joshua elencò: Fuoco, Ragno, Vento, Terra, Porcospino, Serpente, Uomo Vecchio, Due Uomini e un animale non identificabile, “come un cane, ma bianco.>>
Non c’è fantasia vitale più bella, nemmeno una religione, a meno che lo sia l’amore per la Terra come Pianeta che vive e che ci fà dotti di essa e dei suoi molteplici aspetti. Ci rassicura che le sue strade percorse portano sempre dove vogliamo e che i nostri antenati vivono in esse, nelle vie che cantano delle vite.
<<Quando gli aborigeni tracciano sulla sabbia una Via del Canto, disegnano una serie di righe inframezzate da cerchi. La riga rappresenta una fase del viaggio dell’antenato (di solito il cammino di un giorno). Ogni cerchio è una ‘tappa’, un ‘pozzo’ o un accampamento dell’antenato.>>
Ho invidiato, e invidio Bruce Chatwin perché ha saputo oltre se stesso e oltre ancora, ha dato una giustificazione a tutto ciò che esiste al di fuori del suo paese, ne ha verificato l’esistenza, ne ha sentito odori e suoni, ne ha toccato le acque e le capanne di latta e vedendo, era energia per continuare, per camminare, viaggiare e mai stare fermo in un posto. IL NOMADISMO.  Sogno i viaggi di Bruce Chatwin, perché mi portano via dal mercato delle civitas che si puzzano di suv e politici di merda.

<<La notte era limpida e tiepida. Wendy e io tirammo fuori il suo letto dal vano di cemento. Mi fece vedere come si metteva a fuoco il telescopio, e prima di sprofondare nel sonno feci un viaggio intorno alla Croce del Sud.>>
Amo Bruce Chatwin!

Editore; Adelphi
pagine; 390
ISBN; 88-459-1141-1
prezzo; 9.00 €. Voluto acquistare non appena letto “In Patagonia” il suo primo libro. Solo con questo autore riesco a sollevarmi da dove sono.

Il Vizio Assurdo

Il vizio assurdo_Davide Lajolo.gif

Il Vizio Assurdo; Davide Lajolo – storia di cesare Pavese –

Davide Lajolo racconta:
Ho voluto bene a Pavese, e proprio per questo non avrei mai tentato di farlo rivivere attraverso il suo dramma umano e le pagine dei suoi libri.
A dieci anni dalla morte – 27 agosto 1950 – ho maturato questa decisione, spinto da due considerazioni: la prima perché troppi hanno scritto di Pavese senza conoscenza né fede; la seconda per una conversazione avuta con lui, nel lontano 1945, che allora mi parve tanto straordinaria e assurda e che ancora ora ricordo nettamente, tanto da poterla ricostruire.
Attraversammo Piazza Statuto, a Torino, nelle prime ore pomeridiane di quell’estate accesa, sotto un sole a picco. Nessuno dei due aveva il volto sudato. Improvvisamente Pavese ruppe il silenzio, proprio su questa costatazione: <<Il non sudare significa che io e te valiamo ancora qualcosa, perché siamo rimasti contadini. Il Sole trova posto sulla nostra pelle e non ha bisogno di farla luccicare>> Ed io a rispondere; <<Vedi, tu sei veramente un personaggio singolare, perché sempre ti riconduci alla campagna. I critici che scrivono di te e i posteri che scriveranno, falseranno spesso lo scopo, perché da una parte non riusciranno a capire come tu sia diventato tanto cittadino, e dall’altra non sapranno che non soltanto nei libri sei spesso a San Stefano Belbo, ma vi sei sempre, ogni giorno della vita.>> E scherzavo, allora, quando aggiunsi: <<Io solo potrei scrivere la tua biografia, se non sarà viziata dall’amicizia>> E Pavese: <<Non sono uomo da biografia. L’unica cosa che lascerò sono pochi libri, nei quali, c’è detto tutto o quasi tutto di me. Certamente il meglio, perché io sono una vigna, ma troppo concimata. Forse è per questo che sento ogni giorno marcire in me anche le parti che ritenevo più sane. Tu, che vieni come me dalle colline, sai che il troppo letame moltiplica i vermi e distrugge il raccolto.>> Avevamo rallentato il passo; Piazza Statuto si allungava quasi fossimo sullo stradale che porta da Canelli a S. Stefano Belbo. Pavese aveva alzato la voce, come quando la parola gli prendeva le briglie, e il mulo taciturno si trasformava in cavallo bizzarro; continuava a getto continuo non accettando interruzioni. D’un tratto si fermò: <<Tu parli di biografia mia. Anche tu coglieresti soltanto la parte migliore, quella che c’è nei miei libri, ma io ho altro qui dentro. C’è in me tanto egoismo quanta generosità, e c’è sempre esitazione tra fedeltà e tradimento. Forse soltanto il mago di Vesine potrebbe scoprirmi…[…]

Mi fermo qua.
Ho voluto riportare dalla introduzione al libro questa pagina o poco più, perché oltre che bellissima, racchiude lo stile di narrazione e il messaggio.
Leggendo queste pagine, restituisce senz’altro la coscienza dell’attenzione verso il vero umanesimo. Un libro che acquistai tanti anni fa ma lessi solo da adulto, quando quel barlume di maturità alla vita permette di catturare saggezze, cogliere testimonianze importanti e che bene o male contribuiscono a vivere meglio.
Evidentemente parlare o descrivere Cesare Pavese è questo.
Il vizio assurdo è la morte, quella morte che per scelta, per mezzo di un veleno o di un colpo di pistola alla testa , conclude una vita salva dalla guerra, ma condannata dal dopo. I suicidi che si ripetevano in quel frangente temporale ne erano la prova, e Cesare Pavese non poteva restarne indifferente, né umanamente, né culturalmente. Bellissimo libro.

Editore; CIL
pagine; 382
ISBN; una sigla numerica: 11106
prezzo; non lo so, lo acquistai per catalogo nel 1977 (caspita! Più di trent’anni fa)

 

I Nostri Antenati

I_Nostri_Antenati.gifI nostri antenati; Italo Calvino

 Dalla quarta di copertina, Calvino presenta questo volume: <<Raccolgo in questo volume tre storie che ho scritto nel decennio ’50 – 60′ che hanno in comune il fatto di essere inverosimili e di svolgersi in epoche lontane e in paesi immaginari…
Vorrei che potessero essere guardate come un albero genealogico degli antenati dell’uomo contemporaneo, in cui ogni volto cela qualche tratto delle persone che  ci sono intorno, di voi, di me stesso.>>

Tre racconti appunto; Il Visconte dimezzato, Il Barone Rampante e il Cavaliere Inesistente.
Nelle opere di Calvino, almeno quelle che io conosco, vi trovo ironia ma anche una sorta di monito all’attenzione alla vita, lo so, è generico, ma non devo scrivere una biografia… In questo libro è come se avesse “cessato” un messaggio di impegno culturale più o meno diretto e avesse preso una strada fantastica, solo all’apparenza inverosimile, un allegorismo che invita alla riflessione etica.
Io leggo questo autore, come una foglia si da alla corrente, nell’immediato non mi occorre sapere cosa potrei far aderire del racconto, alla vita dello scrittore, del resto anche Jorge Luis Borges per me esige questo tipo di approccio.
Un libro da montagna, in estate, verso le sei di pomeriggio fino all’ora diL cena, con le persone che ami.

Editore; Oscar Mondadori
pagine; 456
ISBN; 88-04-41271-2
prezzo; 20.000 lire. Il solito acquisto a una bancarella ambulante di qualche lungomare in estate. Il ciotolame di decine di zoccoli e ciabatte, intorno ai banchetti di libri ,con le luci che vi pendevano sopra e noi come falene dalla testa china.

Memorie di un pazzo

Memorie di un pazzo Gustave Flaubert.gifMemorie di un pazzo; Gustave Flaubert.
Ricordi non troppo, scemi.

Quanto conta l’amore, oppure; quanto è importante la donna come musa ispiratrice o come “iganno chimico” al modo in cui il filosofo barra biologo Leborit lo vede nell’Elogio della fuga.
Va bene che a diciassette anni, l’età in cui Gustave Flaubert scrisse questa “divagazione sentimentale”, tutti noi maschietti, innamorati persi della compagna di banco o della professoressa di lettere, abbiamo scritto delle fetenzie sottoforma di poesie che non avremmo mai consegnato.
Però il nostro, in questo breve lavoro, mette in evidenza la tendenza letteraria che si andava formando per far nascere il suo capolavoro “L’educazione Sentimentale“, cosa che noi non siamo riusciti a fare.
Si definisce pazzo. Probabile, ma a che serve saperlo? Lui il libro l’inizia cosí:
<<Perché scrivere queste pagine? A che giova? Che ne so, in fondo, io stesso? E’ assai stupido, chiedere agli uomini di giustificare i loro scritti, le loro azioni. […] Un pazzo! E’ una parola che fa orrore. Ma chi sei, tu che leggi? A quale schiera pensi di appartenere? A quella degli sciocchi, o a quella dei pazzi? Si, voglio ripeterlo a che serve un libro non istruttivo né divertente, che non tratta di chimica né di filosofia o di agricoltura, e non è neppure elegiaco; un libro che non insegna ad allevare montoni, o a scacciare le pulci, e non parla di ferrovie o di giuoco in borsa, e non svela le tortuose vie del cuore umano o i costumi medievali; e che infine non tratta né di Dio né del diavolo, ma solo di un pazzo, cioè dell’intiero mondo, questo grande idiota che da secoli gira nello spazio, senza avanzare di un passo, e urla, e sbava, si fa a brandelli da solo?>>

Che dire con un’apertura del genere; o dici “passo” o lo leggi tutto di un fiato, cosciente che vai a infilarti in un pessimismo romantico da endovena.

Editore; B I T
pagine; 61
ISBN; 88-8111-104-7
prezzo; 1000 lire! E che ci voleva nel decidere di acquistarlo? va bene che era il 1999 e che mille lire … non mi ricordo nemmeno più che ci compravo. Dai, comunque una lettura da fare, pure se cosciente di non avere tra le mani un’opera d’arte. ciao.

Il Decameron

decameron.gifIl Decamerone; Giovanni Boccaccio.

Edonismo!
Ser Ciappelletto con una falsa confessione inganna uno santo frate, e muorsi; et essendo stato un pessimo uomo in vita, in morte è reputato per Santo, e chiamato san Ciappelletto.”
Un libro di novelle già battezzato dai benpensanti; scandaloso. Ma noi che pensiamo male lo consideriamo un’opera d’arte.
Decameron dal greco Deka; dieci e hemera; giorno.Decamerone_illustrazione.gif
Per sfuggire alla peste nera alcuni ragazzi (sette donne e tre uomini), fuggono dalla civitas e per dieci giorni passano il tempo rancontandosi dieci novelle, divertenti,  erotiche, fantasriche. Ricordo vagamente come le interpretò Pier Paolo Pasolini, anche in quel tempo l’opera fu censurata, ma stendiamo un velo pietoso su un Italia bigotta e ancora in ritardo di evoluzione…
Leggendo le righe dal volume, certo si fa un pò difficoltà a mettere insieme una “scorrevolezza” di lettura, ma per un tipo paziente sarà di facile cattura. Personalmente ne leggo qualcosa ogni tanto, una pagina su tante, richiede a volte qualche minuto in più per tradurre in linguaggio corrente un Volgare ben forte. Ma vi assicuro di divertente attenzione, non fosse altro che per avvicinarsi un po ai modi di esprimersi di sicentocinquanta anni fa.


Panfilo era della sua novella diliberato, quando il Re, nulla compassion mostrando all’Andreuola, riguardando Emilia, sembianti le fe’ che a grado gli fosse che essa a coloro che detto aveano, dicendo, si continuasse; la qual senza alcuna dimora fare incominciò: […]
– Care compagne, la novella detta da Panfilo mi tira a doverne dire una in niuna cosa alla sua simile, se non che, come l’Andreuola nel giardino perdé l’amante, e così colei di cui dir debbo: e similmente presa, come l’Andreuola fu, non con forza, nè con vertù, ma con morte inopinata si diliberò della corte.”
Di certo si troveranno in commercio edizioni con “traduzioni a fronte”, ma saranno necessariamente dei tomi enormi, in ogni caso vale cercare e leggerne, e pensare che noi sette secoli or sono ci esprimevamo in siffatta moda.
Auguri.

Editore: Tumminelli
pagine: 675 (due volumi) illustrato da: Livio Apolloni
ISBN: non esisteva edizione del 1964!
prezzo: impossibile da sapere, non c’è. Due volumi avuti in “eredità” nella casa dove ora vivo, dal signor Antonio Fabrizi, mio suocero, che non ho avuto la fortuna di conoscere.

Lazarillo de Tormes

lazarillo de tormes.pngLazarillo de Tormes; Anonimo.
Picari! Lazarillo de Tormes è un racconto in un libro spagnolo edito  nel 1554, sottoposto successivamente a processo inquisitorio, siamo agli inizi del 1600.
Avventure più o meno ciniche (nell’etimo), divertenti, alla faccia dei signori con la puzza sotto il naso. Questi punivano e sentenziavano senza mai però ottenere ripensamenti da parte di un ragazzo che avrebbe vissuto la vita in maniera oserei dire “viva”.
Al servizio di un cieco, di un prete o di un cavaliere sapeva burlarsi e pagarne le conseguenze come fosse l’ineluttabilità di una sfortuna attaccata ai suoi stracci.


[…]”Mi piace raccontare alla signoria vostra queste vicende puerili, per mostrare quanta virtù sia che sappiano gli uomini innalzarsi essendo in basso; e qual vergogna che di alti s’abbassino“[…]
Un libriccino da leggere tutto di un  fiato, garantito! Non c’è nulla da leggere tra le righe se non la propria pendenza a un umorismo medievale che scandalizzò la chiesa, figurarsi!
Edizione curata e diretta, penssate un pò dal grande Italo Calvino!

Editore: Einaudi
pagine: 80, compresi indici, frontespizi ecc
ISBN: nn
prezzo: riprezzato a 4000 lire
L’ho avuto nel 1976 da Salvatore, un mio carissimo amico, che se mi legge, lo saluto!

L’Aleph

l%27aleph.gifL’Aleph Qui Borges esprime i suoi sogni o, secondo me, le sue fughe Bachiane in un mondo che non tocca assolutamente la comodità mentale. Un mondo parallelo vestito di ricordi e menzogne artistiche degne del più grande scrittore degli ultimi tempi.
17 racconti tra cui; “La Casa di Asterione” colpisce la tentata fuga dalla disperazione di un Minotauro in cerca di un suo opposto che ne allevii la solitudine in una casa dalle infinite stanze e dai infiniti corridoi.

“I Teologi” L’eresia è il culmine di una ostinata ortodossia e una paura del nuovo tende alla distruzione:  *Devastato il giardino, profanati i calici e gli altari, gli unni entraraono a cavallo nella biblioteca del monastero e lacerarono i libri incomprensibili, li oltraggiarono e li dettero alle fiamme, temendo forse che le pagine accogliessero bestemmie contro il loro Dio, che era una scimitarra di ferro.* Una qualsiasi opera di Borges da leggere non deve mancare nella vita per puro piacere di leggere.

Editore: Universale Economica Feltrinelli
pagine: 172
ISBN: 978-88-07-80334-5
prezzo: € 6.50
l’ho pagato per intero alla Feltrinelli via del Babuino Roma, acquistato una seconda volta in quanto lo avevo gettato senza accorgermenne nei secchioni insieme alla spazzatura in una mattina di luglio del 2007.