Il Vizio Assurdo

Il vizio assurdo_Davide Lajolo.gif

Il Vizio Assurdo; Davide Lajolo – storia di cesare Pavese –

Davide Lajolo racconta:
Ho voluto bene a Pavese, e proprio per questo non avrei mai tentato di farlo rivivere attraverso il suo dramma umano e le pagine dei suoi libri.
A dieci anni dalla morte – 27 agosto 1950 – ho maturato questa decisione, spinto da due considerazioni: la prima perché troppi hanno scritto di Pavese senza conoscenza né fede; la seconda per una conversazione avuta con lui, nel lontano 1945, che allora mi parve tanto straordinaria e assurda e che ancora ora ricordo nettamente, tanto da poterla ricostruire.
Attraversammo Piazza Statuto, a Torino, nelle prime ore pomeridiane di quell’estate accesa, sotto un sole a picco. Nessuno dei due aveva il volto sudato. Improvvisamente Pavese ruppe il silenzio, proprio su questa costatazione: <<Il non sudare significa che io e te valiamo ancora qualcosa, perché siamo rimasti contadini. Il Sole trova posto sulla nostra pelle e non ha bisogno di farla luccicare>> Ed io a rispondere; <<Vedi, tu sei veramente un personaggio singolare, perché sempre ti riconduci alla campagna. I critici che scrivono di te e i posteri che scriveranno, falseranno spesso lo scopo, perché da una parte non riusciranno a capire come tu sia diventato tanto cittadino, e dall’altra non sapranno che non soltanto nei libri sei spesso a San Stefano Belbo, ma vi sei sempre, ogni giorno della vita.>> E scherzavo, allora, quando aggiunsi: <<Io solo potrei scrivere la tua biografia, se non sarà viziata dall’amicizia>> E Pavese: <<Non sono uomo da biografia. L’unica cosa che lascerò sono pochi libri, nei quali, c’è detto tutto o quasi tutto di me. Certamente il meglio, perché io sono una vigna, ma troppo concimata. Forse è per questo che sento ogni giorno marcire in me anche le parti che ritenevo più sane. Tu, che vieni come me dalle colline, sai che il troppo letame moltiplica i vermi e distrugge il raccolto.>> Avevamo rallentato il passo; Piazza Statuto si allungava quasi fossimo sullo stradale che porta da Canelli a S. Stefano Belbo. Pavese aveva alzato la voce, come quando la parola gli prendeva le briglie, e il mulo taciturno si trasformava in cavallo bizzarro; continuava a getto continuo non accettando interruzioni. D’un tratto si fermò: <<Tu parli di biografia mia. Anche tu coglieresti soltanto la parte migliore, quella che c’è nei miei libri, ma io ho altro qui dentro. C’è in me tanto egoismo quanta generosità, e c’è sempre esitazione tra fedeltà e tradimento. Forse soltanto il mago di Vesine potrebbe scoprirmi…[…]

Mi fermo qua.
Ho voluto riportare dalla introduzione al libro questa pagina o poco più, perché oltre che bellissima, racchiude lo stile di narrazione e il messaggio.
Leggendo queste pagine, restituisce senz’altro la coscienza dell’attenzione verso il vero umanesimo. Un libro che acquistai tanti anni fa ma lessi solo da adulto, quando quel barlume di maturità alla vita permette di catturare saggezze, cogliere testimonianze importanti e che bene o male contribuiscono a vivere meglio.
Evidentemente parlare o descrivere Cesare Pavese è questo.
Il vizio assurdo è la morte, quella morte che per scelta, per mezzo di un veleno o di un colpo di pistola alla testa , conclude una vita salva dalla guerra, ma condannata dal dopo. I suicidi che si ripetevano in quel frangente temporale ne erano la prova, e Cesare Pavese non poteva restarne indifferente, né umanamente, né culturalmente. Bellissimo libro.

Editore; CIL
pagine; 382
ISBN; una sigla numerica: 11106
prezzo; non lo so, lo acquistai per catalogo nel 1977 (caspita! Più di trent’anni fa)

 

Il Vizio Assurdoultima modifica: 2009-07-11T22:38:17+00:00da maximored
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento